La solitudine non è semplicemente essere soli
A volte è non avere nessuno con cui condividere ciò che ci accade. Ed è proprio da qui che possiamo comprendere quanto relazioni, appartenenza, fratellanza, sorellanza e gioco di squadra siano parte essenziale della nostra vita.
Forse la solitudine comincia in un momento molto semplice: quando ci accade qualcosa di importante e non sappiamo chi chiamare.
Che sia una brutta notizia, uno di quei momenti nei quali avremmo bisogno di una voce conosciuta che ci dica soltanto «ci sono». Oppure qualcosa di bellissimo: una conquista attesa a lungo, un progetto finalmente riuscito, una telefonata che aspettavamo, una gioia improvvisa.
Certe emozioni sembrano incomplete finché non trovano qualcuno a cui essere raccontate, così prendiamo il telefono quasi senza pensarci e cerchiamo un nome…
Forse è proprio questa una delle forme più profonde della solitudine: non tanto essere soli, quanto non avere qualcuno con cui condividere ciò che ci accade.
Si può stare bene da soli e sentirsi pienamente in pace, ma anche essere circondati da centinaia di persone e sentirsi completamente isolati.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità distingue infatti la solitudine dall’isolamento sociale e la descrive come l’esperienza dolorosa che nasce quando le relazioni che abbiamo non corrispondono a quelle di cui sentiamo il bisogno.
Questo cambia completamente la prospettiva: il problema non diventa più quante persone abbiamo intorno, ma che qualità hanno i nostri legami.
Abbiamo bisogno di condividere
C’è qualcosa che facciamo quasi istintivamente quando proviamo un’emozione intensa: ne parliamo. Lo psicologo Bernard Rimé ha studiato a lungo questo comportamento, definendolo social sharing of emotion, la condivisione sociale delle emozioni. Dopo un’esperienza importante tendiamo naturalmente a cercare qualcuno a cui raccontarla, non perché l’altro debba necessariamente risolvere qualcosa, anzi, molto spesso non cerchiamo soluzioni. Cerchiamo semplicemente presenza. Cerchiamo qualcuno che ci ascolti, qualcuno che riconosca ciò che abbiamo vissuto, qualcuno che possa dirci, anche senza parole: «capisco ciò che provi, quello che è successo a te esiste anche per me».
La gioia che non possiamo raccontare diventa a tratti malinconia.
Le relazioni servono a dare una dimensione condivisa alla nostra esperienza. E non si limitano ad accogliere ciò che viviamo… ci aiutano anche a diventare ciò che siamo.
Nessuno cresce completamente da solo
ora dammi i consigli fi lettura come negli sltri articoli d edl sito. controlla ePer molto tempo abbiamo celebrato l’idea dell’individuo indipendente, capace di bastare a se stesso, di affrontare le difficoltà senza chiedere aiuto e di costruire il proprio percorso soltanto grazie alle proprie forze.
L’autonomia è certamente importante, ma autonomia e isolamento non sono la stessa cosa.
Anche la psicologia dello sviluppo ci ricorda da tempo che cresciamo attraverso le relazioni. Impariamo perché qualcuno ci mostra qualcosa, troviamo coraggio perché qualcuno ci sostiene, sviluppiamo capacità che forse, da soli, avremmo scoperto molto più lentamente.
John Bowlby utilizzava un’espressione bellissima: base sicura. Una relazione sana non è un luogo che ci impedisce di andare lontano, è il luogo dal quale possiamo partire proprio perché sappiamo di avere qualcosa a cui tornare.
Vale per un bambino, ma in fondo continua a valere anche da adulti. Abbiamo bisogno di persone davanti alle quali non sia necessario essere sempre forti. Persone con cui poter condividere non soltanto ciò che ci accade, ma anche le parti di noi che stanno ancora crescendo.
Ed è qui che compare l’Innamorato
L’Innamorato. Non perché i Tarocchi debbano dimostrare qualcosa che appartiene alla psicologia, ma perché a volte un’immagine riesce a condensare in pochi centimetri qualcosa che abbiamo bisogno di molte parole per spiegare.
L’Innamorato viene spesso ridotto all’amore romantico, alla coppia, all’attrazione. Ma se lo osserviamo più a lungo, racconta qualcosa di molto più ampio: racconta la relazione.
Ci sono persone, sguardi, influenze, scelte. C’è qualcuno che deve comprendere con chi stare, da quale parte andare, a quali legami affidare una parte di sé. Forse la domanda dell’Innamorato non è soltanto: Chi ami?
Forse è anche: Con chi stai costruendo la tua vita? Chi chiami quando hai paura? A chi racconti per primo una bella notizia? Chi riesce a essere felice quando vinci senza sentire il tuo successo come una minaccia? Chi può dirti che stai sbagliando senza per questo smettere di volerti bene? E, soprattutto, per chi sei tu quella persona?
A quel punto l’Innamorato smette di essere soltanto una carta dell’amore e diventa la carta dell’appartenenza. E dall’appartenenza individuale si apre naturalmente una domanda più ampia: che cosa accade quando i legami non sono soltanto tra due persone, ma diventano una rete, una comunità, un gruppo?
La forza del gruppo
Una squadra non nasce semplicemente mettendo insieme alcune persone. Possiamo lavorare nello stesso ufficio, vivere nella stessa famiglia o partecipare allo stesso progetto senza essere davvero un gruppo.
Un gruppo comincia a funzionare quando le persone capiscono che ciò che fanno ha conseguenze anche sugli altri.
Negli studi sull’apprendimento cooperativo questo principio viene chiamato interdipendenza positiva: io faccio la mia parte, tu fai la tua, ma il risultato finale dipende dalla capacità di entrambe le parti di funzionare insieme. È qualcosa che sperimentiamo continuamente.
Pensiamo a una squadra sportiva: non serve che tutti siano bravi nello stesso modo. Anzi, una buona squadra esiste proprio perché persone differenti possiedono capacità differenti.
Uno vede ciò che l’altro non vede. Uno sa accelerare, l’altro sa aspettare. Uno porta idee, un altro riesce a trasformarle in qualcosa di concreto.
Il gruppo non funziona quando tutti diventano uguali. Funziona quando le differenze smettono di essere una minaccia e diventano una risorsa.
Da questa consapevolezza nasce anche un modo diverso di intendere parole come fratellanza e sorellanza.
Fratellanza e sorellanza
Forse dovremmo recuperare parole come fratellanza e sorellanza proprio da qui, togliendo loro qualsiasi retorica.
Sorellanza non significa che tutte le donne debbano piacersi o essere sempre d’accordo: significa poter riconoscere il valore di un’altra donna senza vivere automaticamente quel valore come una diminuzione del proprio.
Fratellanza non significa cancellare la competizione, ma costruire relazioni nelle quali un uomo possa anche mostrarsi vulnerabile senza sentirsi per questo meno forte.
Più in generale significa uscire da un modello nel quale il successo dell’altro viene vissuto come una sconfitta personale.
Il tuo talento non toglie necessariamente spazio al mio. La tua esperienza può insegnarmi qualcosa. Il tuo contatto può diventare un ponte. La tua crescita può aprire possibilità che prima non esistevano nemmeno per me. E viceversa.
Quando questo accade nasce una rete. E una rete, proprio come un gruppo, non è fatta di persone identiche, ma di legami diversi che possono sostenersi a vicenda.
Una rete è fatta di fili diversi
Non tutti i legami devono avere la stessa intensità. Ci sono persone che rappresentano radici e altre che sono semplicemente ponti. Ci sono amici che conoscono quasi tutto di noi e persone incontrate poche volte che, magari con una frase, ci hanno fatto vedere qualcosa che non avevamo mai considerato.
Il sociologo Mark Granovetter ha mostrato quanto anche i cosiddetti legami deboli siano importanti nella nostra vita proprio perché collegano mondi differenti. Spesso nuove opportunità, idee e informazioni arrivano non dalle persone che frequentiamo ogni giorno, ma da qualcuno che appartiene a una rete diversa dalla nostra.
È un’immagine molto bella. Una rete non ha bisogno che tutti i fili abbiano lo stesso spessore: ha bisogno che esistano connessioni.
Ma perché queste connessioni siano davvero solide, non basta stare insieme. È necessario anche poter essere sinceri, esprimere differenze e attraversare i conflitti senza perdere il senso di appartenenza.
Un gruppo unito non è un gruppo che non litiga
Essere uniti non significa essere sempre d’accordo.
Una famiglia che non discute mai non è necessariamente una famiglia armoniosa; una squadra nella quale nessuno contraddice il leader non è necessariamente una buona squadra; un’amicizia nella quale non si può dire ciò che si pensa non è necessariamente una relazione profonda.
Amy Edmondson, studiando per anni il funzionamento dei gruppi di lavoro, ha parlato di sicurezza psicologica: la possibilità di fare una domanda, ammettere un errore, esprimere un dubbio o dissentire senza temere di essere umiliati o esclusi.
È forse una delle caratteristiche più importanti di qualsiasi legame sano. La vera unione non elimina il conflitto, fa sì che il legame possa sopravvivere al conflitto.
Posso essere in disaccordo con te senza smettere di rispettarti. Posso mostrarti una parte fragile senza temere che un giorno venga utilizzata contro di me. Posso dire «ho sbagliato» senza perdere il mio posto nel gruppo.
Questa è una forma molto più profonda di appartenenza. E proprio perché appartenere è importante, diventa necessario anche scegliere con attenzione i legami ai quali affidarsi.
Non tutti i legami meritano di essere mantenuti
Parlare dell’importanza delle relazioni non significa affermare che ogni relazione debba essere conservata.
Esistono gruppi che sostengono e gruppi che consumano. Relazioni che ampliano le nostre possibilità e relazioni che ci chiedono continuamente di diventare più piccoli per poter restare. Esistono appartenenze nelle quali possiamo esprimere una differenza e altre nelle quali l’appartenenza viene concessa soltanto a condizione di obbedire.
Ed è forse qui che ritorna ancora una volta il simbolo dell’Innamorato. Perché l’Innamorato non parla soltanto del legame, parla anche della scelta del legame.
Con chi voglio costruire? Quali persone sostengono davvero la mia crescita? Quali relazioni mi permettono di essere più autentico invece di chiedermi continuamente di adattarmi? E quali relazioni sto costruendo io per gli altri?
Scegliere i propri legami non significa cercare persone perfette o relazioni prive di difficoltà. Significa riconoscere la differenza tra un legame che ci mette alla prova aiutandoci a crescere e uno che ci chiede di rinunciare a noi stessi per poter essere accettati.
E ora possiamo tornare alla domanda iniziale sulla solitudine: forse non abbiamo bisogno di essere circondati da molte persone, ma di costruire legami nei quali sia possibile esserci davvero.
La forza non è fare tutto da soli
Abbiamo trasformato l’autosufficienza in una virtù quasi assoluta.
«Non ho bisogno di nessuno» è una frase che viene spesso pronunciata come se fosse la conclusione di un percorso di crescita. Invece la maturità è essere capaci di stare soli senza sentirsi abbandonati e, nello stesso tempo, essere capaci di riconoscere quando abbiamo bisogno degli altri. È saper chiedere. Saper offrire. Saper ricevere. Saper collaborare.
E soprattutto capire che appartenere a una rete non significa perdere la propria individualità. Una rete funziona proprio perché ogni nodo rimane se stesso.
Allora possiamo affermare che il vero gioco di squadra comincia qui: quando smettiamo di domandarci soltanto quale posto possiamo conquistare e iniziamo a chiederci quale contributo possiamo portare. Quando il successo di chi ci sta accanto non ci spaventa. Quando sappiamo festeggiare sinceramente una vittoria che non è nostra. Quando possiamo attraversare una difficoltà senza lasciare indietro chi in quel momento è più fragile. Quando comprendiamo che alcune cose possono nascere soltanto insieme.
Forse il gioco di squadra comincia proprio da lì: dalla possibilità di condividere ciò che viviamo, di scegliere legami capaci di sostenerci e di diventare, per qualcun altro, quella presenza che dice semplicemente:
«Ci sono.»

