Di chi ci fidiamo davvero? La fiducia è il primo mattone di ogni comunità

Dopo aver parlato della forza dei legami, viene quasi naturale fermarsi su ciò che permette a quei legami di diventare qualcosa di più di una semplice vicinanza, perché possiamo conoscere molte persone, appartenere a un gruppo, lavorare fianco a fianco e perfino volerci bene, ma senza fiducia una parte di noi continua inevitabilmente a restare sulla soglia.

La fiducia si riconosce soprattutto quando smettiamo di controllare tutto. Quando affidiamo a qualcuno una cosa importante e resistiamo alla tentazione di verificare continuamente come la sta facendo, quando raccontiamo qualcosa di fragile senza avere la certezza assoluta che quella confidenza verrà custodita, quando chiediamo aiuto accettando che l’altro possa fare diversamente da come avremmo fatto noi oppure quando, semplicemente, lasciamo che qualcuno entri in uno spazio della nostra vita nel quale fino a quel momento avevamo preferito arrangiarci da soli.

In fondo è proprio lì che la fiducia comincia a diventare interessante, perché finché abbiamo tutto sotto controllo non abbiamo davvero bisogno di fidarci di nessuno. Nel precedente articolo, La forza dei legami: dalla solitudine al gioco di squadra, eravamo partiti da una riflessione molto semplice: la solitudine non coincide necessariamente con l’essere soli, ma può manifestarsi quando non abbiamo nessuno con cui condividere ciò che stiamo vivendo. Da lì siamo arrivati al bisogno di appartenenza, al gruppo, alla rete e alla possibilità che le persone diventino, le une per le altre, una presenza capace di sostenere senza soffocare. Ma perché quella rete regga, e perché non rimanga soltanto un insieme di contatti o di persone che condividono uno spazio, serve qualcosa che non si vede e che tuttavia cambia profondamente ciò che accade tra noi: serve fiducia.

Fidarsi significa accettare una piccola parte di rischio

La fiducia contiene sempre una quota di incertezza e forse è proprio questo che la rende così delicata. Se so con assoluta certezza che una persona farà qualcosa, non ho bisogno di fidarmi: lo so. Se invece quella certezza non c’è e io scelgo comunque di affidarle qualcosa, entro in un territorio diverso, nel quale non possiedo completamente il risultato e accetto che una parte di ciò che accadrà dipenda anche dall’altro.

L’OCSE, nelle sue Guidelines on Measuring Trust, definisce la fiducia come la convinzione che un’altra persona, oppure un’istituzione, agirà in modo coerente con le nostre aspettative positive e la considera uno degli elementi fondamentali del cosiddetto capitale sociale, cioè di quell’insieme di reti, norme condivise e relazioni che rendono possibile la collaborazione tra le persone. Tradotto nella vita di tutti i giorni, fidarsi significa poter pensare che l’altro non utilizzerà contro di noi ciò che gli abbiamo consegnato.

E non sto parlando soltanto di grandi segreti o confessioni importanti, perché ogni giorno consegniamo piccole parti della nostra vita agli altri: una responsabilità a un collega, le chiavi di casa a qualcuno, una paura a un amico, il nostro corpo a un medico, un bambino a un insegnante, un progetto a una squadra, una difficoltà al partner. Persino salire su un autobus, se ci pensiamo, è un piccolo esercizio di fiducia verso persone e sistemi che non abbiamo personalmente controllato.

Viviamo quindi dentro una quantità enorme di fiducia inconsapevole e probabilmente ce ne accorgiamo soprattutto quando qualcosa si rompe, quando una promessa non viene mantenuta, una parola affidata in privato viene raccontata altrove, quando qualcuno si prende il merito di un lavoro condiviso oppure quando una fragilità che avevamo mostrato in un momento di apertura ritorna durante un litigio trasformata in un’arma. È in quei momenti che comprendiamo quanto fosse prezioso ciò che avevamo consegnato.

Una società non vive soltanto di regole

Robert D. Putnam, uno degli studiosi più importanti del capitale sociale, ha raccontato per anni quanto la qualità di una società dipenda anche dalla capacità delle persone di creare associazioni, partecipare, collaborare e sviluppare relazioni nelle quali esista una qualche aspettativa di reciprocità.

Il suo celebre Bowling Alone parte da un’immagine diventata quasi proverbiale: le persone continuavano a giocare a bowling, ma sempre meno all’interno di leghe e gruppi organizzati. Il problema, naturalmente, non era il bowling, ma ciò che progressivamente veniva meno intorno ad esso, cioè quei luoghi intermedi nei quali individui diversi imparavano a conoscersi, collaborare, avere una responsabilità gli uni verso gli altri e, soprattutto, costruire lentamente fiducia.

Tendiamo a sottovalutare questi spazi perché siamo abituati a misurare il benessere attraverso ciò che possediamo individualmente, mentre una parte importante della qualità della nostra vita dipende da qualcosa di molto meno visibile: sapere che esistono persone alle quali possiamo rivolgerci, ambienti nei quali possiamo entrare senza sentirci continuamente sotto esame, comunità nelle quali una richiesta di aiuto non viene automaticamente interpretata come debolezza. Forse una comunità comincia davvero proprio quando l’altro smette di essere soltanto qualcuno dal quale dobbiamo proteggerci e può diventare, almeno in parte, qualcuno con cui costruire.

Mettere insieme persone brave non basta

Lo vediamo benissimo nel lavoro e nello sport, dove possiamo riunire cinque persone straordinariamente competenti e ottenere comunque un pessimo gruppo, perché ogni componente protegge il proprio territorio, trattiene informazioni, teme il giudizio degli altri o considera qualsiasi errore una minaccia alla propria reputazione. Possiamo avere, al contrario, persone magari meno brillanti individualmente che riescono a produrre risultati sorprendenti perché hanno imparato a passarsi informazioni, chiedere aiuto, riconoscere le competenze reciproche e soprattutto fidarsi del fatto che ciascuno farà la propria parte.

Una meta-analisi pubblicata sul Journal of Applied Psychology che ha riunito 112 studi e 7.763 team ha rilevato una relazione positiva tra fiducia all’interno della squadra e performance del gruppo, anche considerando altri fattori che potevano influire sul risultato. Questo non significa che la fiducia, da sola, produca automaticamente successo, ma conferma quanto sia tutt’altro che un elemento decorativo nella vita di una squadra. E forse ci aiuta anche a capire una cosa che spesso dimentichiamo: una buona squadra non è necessariamente composta da persone che diventerebbero amiche nella vita privata. Non dobbiamo volerci tutti bene nello stesso modo, ma dobbiamo poter credere che ciascuno rispetterà il patto implicito del gruppo, farà ciò che ha detto di voler fare, comunicherà un errore prima che diventi un problema più grande, dirà ciò che vede anche quando gli altri non lo vedono e non percepirà automaticamente il talento di un compagno come una minaccia. Quando questo accade, la fiducia comincia a diventare anche libertà.

Poter dire “non lo so”

Amy C. Edmondson ha dedicato gran parte del proprio lavoro al concetto di sicurezza psicologica, che non coincide perfettamente con la fiducia ma le è molto vicina. La sicurezza psicologica esiste quando, all’interno di un gruppo, possiamo fare domande, sollevare un dubbio, proporre un’idea ancora imperfetta o riconoscere un errore senza essere convinti che questo gesto ci costerà umiliazione, esclusione o perdita di credibilità.

Pensiamoci nella vita quotidiana: quante volte abbiamo annuito pur non avendo capito, quante volte abbiamo preferito non chiedere aiuto perché temevamo che quella domanda ci facesse apparire meno competenti, quante volte, perfino in famiglia, abbiamo evitato di dire qualcosa perché sapevamo che il prezzo della sincerità avrebbe potuto essere troppo alto? Una relazione veramente sicura non è quella nella quale non sbagliamo mai, ma quella nella quale possiamo permetterci di dire che abbiamo sbagliato. E questa differenza apparentemente piccola cambia moltissimo, perché se non posso sbagliare inizierò a nascondere gli errori, se non posso fare domande comincerò a fingere di sapere e se non posso dissentire imparerò ad assentire. A quel punto il gruppo potrà anche apparire armonioso, ma avrà perso una parte enorme della propria intelligenza.

Fidarsi non significa essere ingenui

Carta del Giudizio dei Tarocchi

Parlare della fiducia come valore rischia facilmente di trasformarla in qualcosa di ingenuo, mentre non tutto merita la nostra fiducia, non tutte le persone devono avere accesso alla stessa parte di noi e non diventiamo migliori soltanto perché continuiamo a fidarci di chi ci ha già mostrato, magari più volte, di non essere affidabile.

La fiducia adulta non è cieca e proprio per questo sa convivere con i confini. Possiamo dare una seconda possibilità senza concederne infinite, possiamo comprendere una fragilità senza giustificare qualsiasi comportamento, possiamo amare qualcuno e, nello stesso tempo, riconoscere che alcune parti della nostra vita non possiamo affidargliele.

Ed è qui che, quasi senza volerlo, mi viene in mente una carta dei Tarocchi: la Giustizia. Non perché debba spiegare la psicologia o sostituirsi agli studi sulla fiducia, ma perché la sua immagine porta con sé qualcosa che in questo discorso mi sembra essenziale: una bilancia. La relazione non è una contabilità perfetta nella quale ciò che do deve tornarmi esattamente nella stessa quantità e nello stesso momento, perché le relazioni vere attraversano periodi nei quali uno sostiene maggiormente l’altro e poi, magari, accade il contrario. Nel tempo, però, deve esistere un qualche movimento di reciprocità, perché se uno comprende sempre e l’altro mai, se uno mantiene la parola e l’altro continuamente la dimentica, se uno sostiene ogni crescita dell’altro mentre il proprio successo viene vissuto come una minaccia, forse non stiamo più parlando soltanto di generosità ma di uno squilibrio. E la fiducia, proprio perché è preziosa, merita anche di essere protetta.

Diventare persone affidabili

Siamo molto bravi a domandarci di chi possiamo fidarci, ma forse ci chiediamo molto meno spesso che cosa significhi essere, noi stessi, persone affidabili, ed è proprio qui che il discorso sulla crescita individuale incontra davvero quello sulla comunità.

Essere affidabili non significa essere perfetti, significa piuttosto che le nostre parole e i nostri comportamenti possiedono una certa continuità; che se promettiamo qualcosa e scopriamo di non poterlo fare lo diciamo, che se sbagliamo riconosciamo l’errore senza trasformare immediatamente le scuse in una spiegazione infinita delle ragioni per cui, in fondo, non era davvero colpa nostra, che se qualcuno ci racconta qualcosa in un momento di vulnerabilità comprendiamo che quella confidenza non diventa automaticamente materiale da condividere e che, se lavoriamo in un gruppo e qualcosa riesce bene, siamo capaci di riconoscere anche il contributo degli altri. Sono gesti apparentemente piccoli, ma la fiducia si costruisce quasi sempre così, attraverso la ripetizione di comportamenti coerenti molto più che attraverso grandi dichiarazioni. Possiamo dire mille volte a qualcuno “fidati di me”, ma alla fine saranno i comportamenti a dare un peso reale a quelle parole.

Anche il benessere passa dalle relazioni affidabili

La ricerca sul rapporto tra fiducia e benessere è ampia e complessa e sarebbe scorretto trasformarla nell’affermazione semplicistica secondo cui “chi si fida è più felice”. Sappiamo però che la fiducia interpersonale è associata a diverse dimensioni della qualità della vita e che vivere in contesti percepiti come cooperativi e affidabili è collegato a livelli più alti di soddisfazione e benessere. L’OCSE ha dedicato diversi approfondimenti al rapporto tra fiducia, capitale sociale e benessere.

Anche senza statistiche, però, possiamo intuire perché. Non fidarsi mai di nessuno significa dover controllare continuamente tutto, interpretare ogni comportamento come un possibile pericolo, anticipare il tradimento prima che avvenga e mantenere sempre una parte di sé in allerta. È una posizione che può essere stata necessaria in alcuni momenti della nostra vita e che, in certe situazioni, può perfino averci protetti, ma vivere permanentemente così richiede una quantità enorme di energia. La fiducia fondata, invece, permette di distribuire una parte del peso. Posso non sapere tutto, posso non essere presente ovunque, posso non fare personalmente ogni cosa e posso affidare un pezzo della strada a qualcun altro. È anche così che nasce la collaborazione.

La fiducia può essere insegnata?

Una delle cose che trovo più interessanti è che la fiducia non sembra dipendere soltanto dal carattere, perché anche i contesti nei quali cresciamo, studiamo, lavoriamo e viviamo possono facilitarla oppure eroderla. Una ricerca dell’OCSE dedicata alle radici educative della fiducia ha esaminato il rapporto tra istruzione, competenze e fiducia interpersonale, mostrando quanto queste dimensioni possano essere intrecciate.

Questo apre una domanda educativa enorme: che cosa insegniamo a un bambino quando manteniamo una promessa? Che cosa impara quando gli permettiamo di sbagliare senza umiliarlo? Che cosa impara in una classe nella quale un compagno viene aiutato invece di essere deriso? E che cosa impariamo noi adulti quando lavoriamo in un luogo nel quale possiamo ammettere una difficoltà o entriamo in un’associazione nella quale ciascuno sente che il proprio contributo viene rispettato? Forse stiamo imparando qualcosa che non compare nei programmi scolastici e che tuttavia sarà determinante in quasi ogni ambito della nostra vita: come si costruisce un legame affidabile.

Dalla forza dei legami alla responsabilità dei legami

Nell’articolo precedente abbiamo parlato di quanto sia importante poter dire a qualcuno «guarda cosa mi è successo» sapendo che dall’altra parte esiste una persona disposta ad ascoltare, ma forse ora possiamo aggiungere un’altra domanda: quando qualcuno sceglie proprio noi per raccontare ciò che gli è successo, che cosa facciamo di quella fiducia? La custodiamo? La consideriamo un privilegio? Oppure la trattiamo quasi come qualcosa che ci spettava?

È qui che il bisogno di appartenenza diventa responsabilità, perché desideriamo tutti trovare persone affidabili, ma una comunità non può nascere soltanto dal desiderio di ricevere ciò di cui abbiamo bisogno. Nasce anche quando qualcuno decide di diventare, per gli altri, ciò che vorrebbe incontrare: una persona che mantiene la parola, che non approfitta della fragilità altrui, che sa chiedere scusa, che sa condividere un merito, che riesce a dire la verità senza trasformarla in crudeltà e che può sostenere il successo di un altro senza sentirsi improvvisamente meno importante.

“Di chi posso fidarmi?”

Forse è questa la parte più difficile della fiducia e anche quella più interessante: non chiederci soltanto questa domanda, ma provare ogni tanto a domandarci:

“Quando qualcuno si fida di me, trova davvero un posto sicuro dove lasciare ciò che mi ha affidato?”

Perché una squadra, una famiglia, un’amicizia e perfino una comunità intera cominciano probabilmente da qui, non dall’assenza del rischio, ma dalla presenza di persone che scelgono, giorno dopo giorno, di rendere quel rischio un po’ meno pericoloso.

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Consigli di lettura

La velocità della fiducia

Autore: Stephen M.R. Covey
Editore: FrancoAngeli
Descrizione: Un libro interamente dedicato alla fiducia, osservata non come una qualità astratta o una predisposizione caratteriale, ma come qualcosa che può essere costruito, mantenuto e, quando viene meno, anche ricostruito. Covey parte dalla credibilità personale e arriva alle relazioni, ai gruppi e alle organizzazioni, mostrando quanto coerenza, intenzioni, competenza e comportamenti quotidiani incidano sul modo in cui gli altri decidono se affidarsi a noi. È probabilmente il testo più direttamente collegato al cuore di questo articolo.

Organizzazioni senza paura

Autore: Amy C. Edmondson
Editore: FrancoAngeli
Descrizione: Un libro particolarmente interessante per comprendere che cosa renda davvero forte un gruppo. Attraverso il concetto di sicurezza psicologica, Edmondson mostra quanto sia importante creare ambienti nei quali le persone possano parlare, proporre idee, ammettere un errore o dissentire senza temere di essere giudicate o escluse. Un principio valido nel lavoro, ma capace di far riflettere anche sulle relazioni e sulle comunità di cui facciamo parte

Le parole sono finestre (oppure muri)

Autore: Marshall B. Rosenberg
Editore: Esserci Edizioni
Descrizione: La fiducia passa inevitabilmente anche attraverso il modo in cui comunichiamo. Rosenberg propone un linguaggio capace di distinguere osservazioni, emozioni, bisogni e richieste, aiutandoci a uscire dalla comunicazione fatta di giudizi, accuse e interpretazioni automatiche. Non è un libro sulla fiducia in senso stretto, ma offre strumenti molto concreti per creare relazioni nelle quali sia più facile sentirsi ascoltati, rispettati e abbastanza sicuri da parlare con sincerità.

Strumenti e percorsi per allenare la fiducia

La fiducia non nasce da una formula e difficilmente può essere costruita attraverso un unico gesto; cresce piuttosto nella continuità delle relazioni, nel modo in cui impariamo ad ascoltare, a mantenere la parola, a comunicare ciò che sentiamo e ad affrontare anche quelle conversazioni che preferiremmo evitare. Per questo, accanto alle letture suggerite, può essere utile sperimentare alcuni strumenti pratici che aiutano a trasformare una riflessione sulla fiducia in qualcosa da portare realmente nella vita quotidiana.

  1. L’ascolto attivo – Greater Good in Action, University of California Berkeley

    Ascoltare non significa semplicemente aspettare che l’altro finisca di parlare. L’esercizio di ascolto attivo proposto dal Greater Good Science Center invita a provare, per almeno dieci minuti, a stare davvero dentro ciò che l’altra persona sta raccontando, senza preparare contemporaneamente la risposta, senza correre immediatamente verso una soluzione e cercando invece di restituire ciò che abbiamo compreso. Può sembrare molto semplice, ma è uno dei modi più concreti per far sentire una persona vista e ascoltata.

  2. Le 36 domande per creare maggiore vicinanza

    Sono diventate famose come “le domande per innamorarsi”, ma in realtà l’esperimento dal quale derivano riguardava qualcosa di molto più ampio: la possibilità di aumentare il senso di vicinanza attraverso una progressiva condivisione personale. Possono essere utilizzate con un partner, un amico, un familiare e perfino tra colleghi, purché entrambi abbiano voglia di entrare realmente nella conversazione. Le domande partono da argomenti relativamente semplici e diventano gradualmente più personali, mostrando quanto la fiducia abbia bisogno anche della disponibilità a raccontarsi.

  3. Feeling Supported – ricordare chi è stato una base sicura

    Un altro esercizio molto interessante invita a fermarsi per qualche minuto e individuare le persone alle quali ci rivolgiamo quando siamo preoccupati, fragili o abbiamo bisogno di sentirci protetti. Ricordare un momento preciso nel quale qualcuno ci ha sostenuti può sembrare soltanto un esercizio di memoria, ma ci permette anche di riconoscere in modo più consapevole la rete affettiva sulla quale possiamo contare e, forse, di chiederci se sappiamo offrire agli altri lo stesso senso di sicurezza.

  4. Forging Trust at Work – costruire fiducia sul lavoro

    La fiducia professionale non nasce necessariamente dall’amicizia e nemmeno dalla simpatia. Questo strumento propone di osservare tre dimensioni molto concrete attraverso le quali gli altri decidono se considerarci affidabili: la competenza, la benevolenza e l’integrità. Può essere particolarmente utile in un gruppo di lavoro perché sposta la domanda da “perché questa persona non si fida di me?” a qualcosa di molto più produttivo: “che cosa sto facendo perché possa fidarsi di me?”.

  5. Team Canvas – uno strumento gratuito per i gruppi

    Per associazioni, gruppi di lavoro, volontari, piccole aziende o progetti condivisi, il Team Canvas può essere uno strumento particolarmente interessante. Attraverso una struttura guidata permette alle persone di confrontarsi su obiettivi, ruoli, valori, bisogni, aspettative e regole di collaborazione, facendo emergere molti di quei non detti che, quando rimangono sotto la superficie, finiscono spesso per diventare incomprensioni o conflitti.

  6. Comunicazione Nonviolenta – imparare a parlare senza interrompere il legame

    La Comunicazione Nonviolenta sviluppata da Marshall Rosenberg offre strumenti molto concreti per distinguere fatti e giudizi, riconoscere emozioni e bisogni, formulare richieste più chiare e ascoltare l’altro senza trasformare immediatamente il confronto in uno scontro. 

  7. Dynamic Teaming – Harvard Business School Online

    Per chi lavora con gruppi, coordina persone o desidera approfondire il tema in ambito professionale, il corso Dynamic Teaming della Harvard Business School, tenuto da Amy Edmondson, entra direttamente nei temi della sicurezza psicologica, dell’inclusione, della collaborazione e della capacità dei gruppi di lavorare anche nell’incertezza. È un percorso più impegnativo, in lingua inglese e a pagamento, ma rappresenta uno degli approfondimenti più autorevoli per chi desidera portare questi concetti nel mondo del lavoro.

Prova anche tu: la mappa della fiducia

Prendi un foglio e scrivi al centro il tuo nome, poi pensa alle persone che fanno parte della tua vita e disponile intorno a te senza cercare di stabilire chi sia “più importante”. Accanto a ogni nome prova invece a scrivere che cosa senti di poter affidare a quella persona: una paura, una decisione, un progetto, una gioia, una fragilità, un problema pratico oppure semplicemente del tempo trascorso in silenzio. Alla fine osserva la tua mappa e prova a farti anche la domanda inversa: che cosa possono affidare queste persone a me? Non è un esercizio per giudicare le relazioni o stabilire chi meriti di rimanere nella nostra vita, ma un modo per renderci conto che la fiducia non è sempre uguale e non deve esserlo. Con alcune persone affidiamo una parte di noi, con altre qualcosa di diverso; ciò che conta è riconoscere dove esiste reciprocità e dove, invece, continuiamo forse a chiedere a un legame qualcosa che quel legame non è in grado di offrirci.

  • Sono import-export manager e lavoro nel commercio internazionale, dove la comunicazione è uno strumento concreto per creare connessioni tra persone, culture e opportunità.
    Sono specialista in comunicazione e speaker. Il mio obiettivo, profondo e personale, è divulgare contenuti che possano aiutare le persone a vivere in modo più consapevole, migliorando il modo in cui si esprimono, si ascoltano e si relazionano. Da questa visione nasce “L’Arte del Comunicare”: uno spazio pensato per offrire spunti, riflessioni e strumenti che non siano solo informativi, ma capaci di generare reale consapevolezza.
    Integro a questo percorso una dimensione intuitiva come tarologa e medium, utilizzando anche il linguaggio simbolico per favorire ascolto interiore e consapevolezza.
    Sono fondatrice dell’associazione culturale Mirabilia, con cui creo eventi dedicati al benessere psicofisico e alla crescita personale, con l’intento di riportare le persone a vivere con entusiasmo e meraviglia la vita nelle sue molteplici sfaccettature.
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