Voltumna, la dea Fortuna

Un approccio esoterico

Questo articolo è dedicato ad una delle divinità più antiche della storia dell’umanità, depositaria di un culto che ha origini nella notte dei tempi. Tra i molteplici nomi che ha avuto e le molteplici forme con cui è stata rappresentata nei vari periodi storici, io ho scelto Voltumna: essa è una delle principali figure spirituali della tradizione etrusca.

Questa mia scelta ha un motivo molto semplice: essa è l’archetipo della decima icona presente nella sequenza degli Arcani Maggiori dei Tarocchi Marsigliesi: la Ruota della Fortuna. E da vent’anni mi occupo di Tarocchi.

Prima di passare al tema centrale di questo articolo, è doveroso un breve accenno su questo particolare mazzo di carte. Propongo una tesi molto romantica, che ho incontrato leggendo Jodorowsky, ma che di storico ha solo il periodo in cui è stata ambientata…

Al di là delle innumerevoli teorie su cosa i Tarocchi siano, su quale sia la loro funzione e dove abbiano avuto origine, ho scelto questa narrazione perché rappresenta un’immagine edenica a cui sono affezionato.

Tra l’VIII e il X sec d.C la Spagna fu soggetta alla dominazione araba. Tuttavia, ciò non vietò alle comunità islamiche, ebraiche e cristiane presenti di vivere pacificamente. Anzi, tra loro si creò un’armonia ed una felicissima convivenza, tanto da fissare un periodo di fioritura culturale e benessere economico. Tutto questo grazie alle tolleranti ed illuminate leggi che regolamentavano la vita sociale e religiosa. Ciò permise fruttuose e nobili collaborazioni, scambi e confronti tra i rappresentanti della cultura, della conoscenza e delle religioni, senza pregiudizi e discriminazioni. Tuttavia, a causa dell’avvento di politiche decisamente più intransigenti e integraliste, ad un certo punto questo clima accogliente di benessere sociale mutò declinandosi al negativo. 

Allora un gruppo di vecchi saggi, afferenti alle varie ortodossie, decisero di nascondere la parte esoterica della Scienza Sacra, per evitare che cadesse in mano alle persone sbagliate. E fu così che nacquero i Tarocchi, con le loro tipiche icone: le immagini divennero depositarie della Scienza delle scienze, ma con una forma che poteva alludere tutt’al più ad un gioco, comunque priva di importanza e di scarso valore economico. Ma i simboli altro non erano, e sono, i contenitori di insegnamenti alchemici (segreti) dell’evoluzione spirituale dell’uomo, sono centri energetici in cui gli elementi necessari per attivare con successo la ricerca della “Pietra Filosofale” o, se preferite, della “trasformazione del piombo in oro”, tanto per citare due famose immagini dell’Ermetismo a cui sicuramente i Tarocchi attingono, in cui furono racchiusi senza poter esser scoperti e divulgati sacrilegamente.

X Arcano Maggiore: la Ruota della Fortuna

I miei anni di studio e di pratica dei Tarocchi, come strumento di conoscenza e di divinazione, sono stati caratterizzati da una interrelazione in costante mutamento, alla stregua di ciò che può accadere in un rapporto umano. Da un’iniziale difficoltà ad entrare nella loro sensibilità e da un timore causato da un’opprimente tradizione manichea, di cui erano detentori e che temevo, piano piano il mio sguardo su di loro si è addolcito ed ha trovato un suo equilibrio, fino a cogliere spontaneamente il mio percorso di conoscenza e d’amore con questi simboli. In questo senso mi ha aiutato moltissimo l’esperienza accumulata con il mio grande Maestro: l’I Ching. E la mia ricerca storica e spirituale ha iniziato a svilupparsi, costruendo la mia precipua modalità interpretativa, fino ad incontrare casualmente gli Etruschi. E con gli Etruschi Voltumna: dea del fato, della fortuna, dell’acqua, della fertilità e dell’abbondanza. 

A questo punto, ho associato i due simboli, Voltumna dea della Fortuna (o Norzia) e l’Arcano Maggiore X: la Ruota della Fortuna.

Osservando l’icona tradizionale del X Arcano, lentamente è cresciuta in me la consapevolezza di un possibile legame tra l’antica dea etrusca e l’iconografia della decima carta degli Arcani Maggiori dei Tarocchi Marsigliesi.

Infatti, l’immagine di questo arcano, oltre a contenere una figura femminile, mostra degli oggetti che rappresentano gli elementi e le qualità qui sopra descritte.  Poiché vi sono innumerevoli produzioni di Tarocchi, che si sono modificate e diversificate nei secoli, la simbolica varia ma l’impianto strutturale e la significazione sono rimasti pressoché sempre gli stessi.

Quindi, nel X arcano:

  • Il Fato è rappresentato dalla ruota che ineluttabilmente gira e tutto trasforma, elemento pressoché presente in tutte le varie tipologie di Tarocchi.
  • La Fortuna è rappresentata da una Sibilla bendata, immagine non sempre presente.
  • L’Acqua indica la vita, anche se originariamente il significato simbolico era diverso. Elemento quasi sempre presente.
  • La Fertilità e l’abbondanza sono suggerite dalla cornucopia, non sempre presente.
  • L’immagine qui sopra è tratta dai Tarocchi Visconti Sforza. Icone ideate su commissione nel XV sec d.C. e conservate a Brera. Si può notare al centro la dea Fortuna bendata e con le ali. La ruota allude alla ciclicità del tempo. In alto abbiamo la dea Madre con in testa una manifesta componente teriantropica. Quest’ultimo elemento può essere associato al simbolo originario della rosa a cinque petali, che rinviava esattamente alla dea madre.

Per quanto mi riguarda, associare la Ruota della Fortuna con Voltumna è un rilievo straordinario, di una ricchezza e di una suggestione infinita. Impugnare questo simbolo è come salire su una Macchina del Tempo che trasporta dalla contemporaneità al Rinascimento, momento storico in cui i Tarocchi iniziarono a diffondersi tra gli aristocratici d’Europa come strumento ludico. Diversamente ci può portare al leggendario Medioevo spagnolo in cui , secondo Jodorowsky, i Tarocchi presero vita a quello francese, dove nei secoli si produssero varie stampe, per scendere fino alla tradizione etrusca di Voltumna e ancor più giù, nella notte dei tempi dell’arcaico paleolitico della Grande Madre.

Voltumna

Nelle mie ricerche da appassionato e da non professionista, non ho mai trovato un’argomentazione in questo senso, ossia: un collegamento che riconducesse il X Arcano a Voltumna ma, francamente, considerando il trattamento che il mondo accademico ha riservato agli Etruschi, ai grandissimi Etruschi, mi stupirei del contrario. È stato stato calato volontariamente l’oblio su di loro, con ostinazione. Giovanni Feo testimonia, con le sue opere e la sua mirabile ricerca, in maniera inequivocabile questa verità. Essa è documentata quanto appassionata e motivata adeguatamente. Ma non voglio parlare di questo.

Quando la mia curiosità, il mio interesse e, perché no, la mia passione ha incontrato Voltumna si è letteralmente spalancato un universo ricchissimo e complesso, che conduce alle origini della storia dello Spirito. Proverò qui a dare qualche piccolo indizio. E seppur esistano delle evidenti analogie tra i due simboli, esse vanno prese con il beneficio del dubbio.

Breve accenno storico

L’etrusca Voltumna, o Norzia, fu un culto “territoriale” che prese vita nell’area vulcanica di Bolsena. Va detto che la sua origine è il risultato di un processo che vede il passaggio di una divinità involuta in una divinità superiore. Inizialmente era uno “spirito della terra”, meglio conosciuta come Bona Dea, “discendente” o omologa della Grande Madre (Terra). Non solo, questo culto fu associato a un altro preesistente: quello del Lago di Bolsena. Voltumna è il risultato di questo incontro, divinità dell’acqua e della fertilità della terra ma, come ogni simbolo che si rispetti, anche di ciò che le è complementare, e quindi della sismicità  e dei terremoti.

E’ più che un’ipotesi che gli Etruschi, quando giunsero in Italia dalla Lydia, scelsero volontariamente un territorio vulcanico e sismico come quello del Centro Italia. Ricco di acqua, di risorse metallifere, di sorgenti termali, di vulcani ed altre manifestazioni di un sottosuolo particolarmente vivo, erano interpretati come fenomeni di una forte espressione magico spirituale (ctonia). Quindi una zona decisamente sacra, ad alta densità divina. A conferma di tutto ciò, la regione da cui provenivano ha una conformazione geologica molto simile a quella umbro-laziale. Tutto questo ci porta almeno al III-IV millennio a.C. 

Ed è per questo motivo che Voltumna è detta anche Norzia, in virtù della sua parte ctonia, la più temibile. Norzia è un nome latinizzato, in quanto nell’alfabeto etrusco non esiste la lettera “O”. I linguisti hanno dimostrato che il nome originario di Norzia era Ursia, o Urcla o Urthia. In esse è presente la radice UR che significa appunto “acqua”: acqua sotterranea, e c’è un motivo ben preciso: la denominazione Norzia mette in evidenza il suo ruolo di accompagnatrice di anime, le quali, dopo la morte, dovevano attraversare le acque sotterranee per raggiungere le profondità degli inferi, da cui avrebbe avuto inizio il viaggio verso le sfere superiori. 

L’immagine di Voltumna

La rappresentazione tipica di Voltumna differisce molto dalla rappresentazione che caratterizza il decimo arcano dei Tarocchi. La si può vedere nelle tombe rupestri di Sovana: è una sirena con due code pisciformi. La si può vedere anche nei rilievi romanici (VIII sec. d.C.) del Duomo, a testimonianza della sua radicale appartenenza al territorio. La sirena bicaudata è la figura centrale sui frontoni di due monumentali tombe “a edicola”. Sul frontone della tomba Idelbranda (IV-V sec a.C.)  vi è poi una teoria di piccole sireniformi, scolpite lungo la cornice alta che contorna il tempio. Lo stile è ellenistico. I simboli della figura sono bene in evidenza dove la dea è raffigurata: le ali, il timone, la vela, la rosa a cinque petali, l’ambientazione marina e acquatica. Questi sono gli elementi simbolici ricorrenti sia nell’iconografia greco-ellenistica che romana. 

  • Nell’immagine qui sopra la dea Fortuna con il timone (Sovana).
  • Il primo attributo è l’acqua: la prima fonte di vita. 
  • Con il timone la dea proteggeva ed accompagnava le anime nell’ultimo viaggio. 
  • La vela, e il timone, sono gli strumenti che le permetteva di attraversare i fiumi sotterranei (Ade, Stige, Acheronte, Lete…). Il mare, i fiumi e le acque in genere erano considerati l’elemento intermedio tra il mondo terreno e gli inferi. 
  • Per gli Etruschi la rosa a cinque petali era il simbolo della Dea Madre, spesso raffigurata così. Testimoniava il legame ancestrale con questa divinità.

Aspetto per nulla banale è l’occasionale sostituzione della vela con delle ali. Questo perché Voltumna, come tutte le divinità superiori, possedeva la facoltà di partecipare alla vita di tutte e tre le dimensioni della Natura: sotterranea e terrestre, acquatica e celeste; tutto ciò ne fa a pieno titolo la sorella maggiore dei nostri angeli ma, grazie alla coda bicaudale, anche delle sirene.

Sovana, essendo posta nel versante occidentale del Lago di Bolsena, aveva una posizione particolarmente ravvicinata con il sacrario centrale e nazionale della dodecapoli estrusca, sito a Volsinii (Bolsena): il tempio di Voltumna (Fanum Voltumnae). Ciò giustifica il particolare culto che questo antico centro aveva per la dea.

Ultimi accenni

Voltumna è la denominazione etrusca di Norzia (denominazione etrusca latinizzata) che a sua volta coincide con la dea Fortuna romana. E, come è molto probabile, da qui si giunge alla divinità femminile presente nel X Arcano. Tuttavia, come già detto, i simboli che rappresentano la Dea Fortuna e gli specifici elementi che costituiscono l’ambientazione simbolica si differenziano in base alla tipologia delle Carte, ma anche e soprattutto nell’evoluzione delle rappresentazioni sacre dell’arte. In questo senso, è più che un’ipotesi che l’avvento del cristianesimo abbia sostituito Voltumna, la dea bendata, con Santa Lucia, la martire del IV sec d.C. protettrice degli occhi e della vista.

Ovidio ci racconta che gli Etruschi annualmente celebravano con giochi gladiatori e ludi teatrali Voltumna. Questa celebrazione si svolgeva presso il tempio a lei dedicato a Volsinii, sulle sponde del Lago di Bolsena. In particolare svolgevano un antichissimo rituale denominato della battitura (infixio). In sostanza, con un lungo chiodo consacrato si “fissava” il tempo, e dunque venivano segnate le date dell’annuale calendario delle festività. Non è storicamente accertato, ma vi sono importanti indicazioni che la data in cui si svolgeva questo rituale fosse il 24 giugno: il giorno del solstizio d’estate. Il giorno in cui si celebrava la festa romana denominata Fors Fortuna, “Fortuna delle sorti”.

Va aggiunto che il chiodo rituale (trabalis) poteva assumere anche la funzione di stilo e adoperato per scrivere testi (sacri), compito a cui erano dedite le Sibille. Il chiodo, in quanto oggetto metallico, era considerato sacro. Infatti, i metalli erano materiali che “nascevano” dall’inseminazione dei fulmini sulla terra per volontà degli dei. Da cui si evincono le qualità magiche dei dardi di Cupido o gli oggetti lunghi e stretti che spesso impugnavano divinità femminili e veneri varie…

Per chiudere è interessante osservare che la cristianità, sempre il 24 giugno, festeggia San Giovanni Battista, figura associata al potere battesimale e sacro dell’acqua. E la dea Fortuna etrusca era sia patrona delle acque, in quanto accompagnava le anime dei morti oltre i corsi che separavano la terra dagli inferi, ma anche dei raccolti, elargiti abbondantemente dalla cornucopia durante il periodo dell’anno più produttivo.

Sono moltissimi gli intrecci e i legami che ci rinviano al nostro passato. Conoscerli è un autentico viaggio, che rende la conoscenza di noi stessi un’esplorazione suggestiva, carica di significati profondi e, a volte, magneticamente misteriosi.

A differenza delle religioni monoteiste, le fedi cosiddette pagane erano caratterizzate dalla ierogamia, ossia dall’unione conclamata di coppie di divinità, e la religione etrusca non faceva eccezione. Un ultimo doveroso accenno è dedicato al paredro di Voltumna: Vertumnus. Egli era il dio delle “trasformazioni”. Il latino Ovidio, nelle Metamorfosi, narra che Vertumno si travestì in mille modi per conquistare l’amore della ninfa Pomona. La narrazione è ricca di paralleli tra la divinità etrusca e il dio indiano Shiva. Non solo, è certo che queste evidenti analogie sono presenti anche nel culto di Dioniso. Ma i culti che essi rappresentavano furono duramente repressi dai romani prima e dai cristiani della incipiente Chiesa romana poi, in quanto patroni di culti segreti, ai limiti dell’ortodossia. Come dire, la storia inesorabilmente si ripete, come la Ruota della Fortuna annuncia.

Disciplinam ponet in corde tuo.

Poni nel tuo cuore la Scienza Sacra.

(Frammento tratto dai Libri Sibillini)

  • Marco Virgilio Foroni, alias La Via di Oqram, esplora da 30’anni le pratiche divinatorie di ogni continente.

    Ora, ne ha fatte sue in particolare tre: l’I Ching (Libro dei Mutamenti), i Tarocchi Marsigliesi e l’Acutomanzia.

    La sua storia ha avuto inizio quando, in un periodo di estrema solitudine e sofferenza, gli regalarono il Libro dei Mutamenti. Appena il testo magico gli fu posato tra le mani una potente verticale vibrazionale gli attraversò dall’alto in basso il Sushumna Nadi (la colonna vertebrale). Nell’oscurità magmatica ma vitale del suo inconscio si attivò un lungo processo catartico e rivelatore, che lo avrebbe trasformato radicalmente.

    Nel contempo, come uno zelante discepolo della Verità, acquisì una laurea in filosofia e colse con lucida ed intuitiva irrazionalità il Mistero del Fiore d’Oro.
    Lo sfiorò velatamente con le labbra e odorò delicatamente il profumo del principio trasversale ed invincibile del linguaggio simbolico, capace di rovesciare ogni ordine e ogni umana legge, capace di superare ogni categoria di spazio e di tempo.

    Capace di sentire lo sfuggente acuto lirico dell’Unità con il Tutto.

    Ancorato alla tradizione, la pratica de La Via di Oqram conserva l’arcaico e radicale carattere predittivo. Ma, nello stesso tempo, propone una visione della vita, della realtà, completa ed attenta alle esigenze della contemporaneità, poiché attinge dalle conoscenze sapienziali delle grandi tradizioni europee ed orientali, integrandole con gli attuali bisogni del Sè.

    Il suo orizzonte di senso cavalca l’onda orientale del Taoismo, del Buddismo, del Confucianesimo, incarnata nello sguardo prometeico, pratico e sintetico, dell’Occidente.
    In un’immagine: divinazione evolutiva.

    Disponibile per consultazioni, serate di divulgazione e corsi di formazione.

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